Il disturbo bipolare è una delle condizioni psichiatriche più fraintese. A differenza di quanto si possa pensare, non si tratta di semplici oscillazioni dell’umore, ma di un gruppo di disturbi cronici e complessi (disturbo bipolare di tipo I e il disturbo bipolare di tipo II) che possono ridurre la qualità e l’aspettativa di vita.
In questo articolo propongo otto tra i luoghi comuni più diffusi, e li confronto con le evidenze scientifiche.
Mito 1: “Il disturbo bipolare è raro”
Si sente spesso dire che il disturbo bipolare sia una condizione poco frequente. In realtà, le stime epidemiologiche indicano una prevalenza globale, nell’arco della vita, dello 0,6-1,0% per il disturbo bipolare di tipo I e dello 0,4-1,1% per il tipo II. Per dare un’idea concreta, in Italia circa un milione di persone vivono con un disturbo bipolare.
Mito 2: “È solo questione di sbalzi d’umore”
Il disturbo bipolare non si riduce a cambiamenti repentini di umore nel corso della giornata (a cui tutti possiamo essere soggetti). Si tratta piuttosto di episodi “discreti”, maniacali, ipomaniacali, depressivi, o misti che durano giorni, settimane o mesi e che comportano alterazioni evidenti del funzionamento cognitivo, del sonno, dell’energia e del comportamento. La mania, ad esempio, può manifestarsi con euforia o irritabilità incontrollabili, ridotto bisogno di sonno, aumento dell’attività finalizzata (fare cose con uno scopo) e comportamenti impulsivi potenzialmente con conseguenze gravi (spese eccessive, condotte sessuali a rischio, decisioni avventate). La depressione bipolare, d’altra parte, domina il decorso longitudinale della malattia (soprattutto nel disturbo bipolare tipo II) e rappresenta la principale fonte di disabilità, di aumento del rischio cardiovascolare e del rischio di suicidio.
Mito 3: “Si manifesta sempre da adulti”
Anche se l’età media d’esordio in Europa è attorno ai 27 anni, più della metà delle persone con disturbo bipolare presenta segni e sintomi del disturbo prima dei 25 anni. In molti casi, i primi episodi sono depressivi e vengono inizialmente diagnosticati come appartenenti alla depressione maggiore (unipolare). Questo contribuisce a un ritardo diagnostico medio di 5-10 anni, un periodo durante il quale la persona rischia di ricevere trattamenti inadeguati - come antidepressivi in monoterapia - che possono peggiorare il decorso della malattia destabilizzando l’umore. Riconoscere precocemente i segni del disturbo bipolare è fondamentale per impostare un trattamento appropriato fin da subito.
Mito 4: “È una malattia puramente psicologica”
Il disturbo bipolare ha un’ereditabilità stimata intorno al 70%, il che significa che la componente genetica gioca un ruolo centrale nel determinare la vulnerabilità alla malattia. A livello neurobiologico, la ricerca ha identificato alterazioni nei circuiti monoaminergici, nella plasticità neuronale e gliale, nei processi infiammatori, nel metabolismo cellulare e nella funzione mitocondriale. Il disturbo bipolare di tipo I condivide inoltre alleli di rischio genetico con la schizofrenia, mentre il tipo II mostra una maggiore sovrapposizione genetica con il disturbo depressivo maggiore.
Mito 5: “Chi ha il disturbo bipolare non può avere una vita produttiva”
La letteratura scientifica documenta ampiamente l’associazione tra disturbo bipolare e creatività, realizzazione professionale e capacità di leadership. Molte persone con disturbo bipolare raggiungono livelli elevati di funzionamento e soddisfazione in ambito lavorativo, artistico, sociale e relazionale. Detto questo, è vero che la malattia può comportare una compromissione nelle aree della vita se non adeguatamente trattata, soprattutto durante gli episodi, ma anche nei periodi tra gli episodi.
Mito 6: “Il litio è un farmaco superato e pericoloso”
Il litio è in uso in psichiatria dal 1950, e proprio questa longevità induce talvolta a considerarlo un farmaco obsoleto. Il litio è longevo perché è una medicina che funziona. È efficace nel trattamento della mania acuta, nella prevenzione delle ricadute maniacali e depressive (e da recenti evidenze pare ridurre il rischio di demenza). Il litio richiede certamente un monitoraggio medico regolare, ma questo non lo rende più “pericoloso” di altre medicine ampiamente sponsorizzate dall’industria farmaceutica (il litio, essendo un elemento naturale, non può essere brandizzato come invece avviene per le molecole di sintesi).
Quindi, se tu dovessi scegliere tra un medicinale che ha oltre 70 anni di dati clinici a corroborarne la sicurezza e l’efficacia, o il farmaco di “nuova generazione” in commercio da neanche 10 anni con dati derivati quasi solo da trial sponsorizzati dall’industria, cosa sceglieresti?
Mito 7: “Basta prendere un antidepressivo”
Gli antidepressivi sono ampiamente prescritti nel disturbo bipolare nonostante l’assenza di evidenze convincenti sulla loro efficacia sia a breve che a lungo termine. Peggio ancora, la prescrizione di antidepressivi nel disturbo bipolare è associata in molti casi a destabilizzazione dell’umore e cicli rapidi (più di 4 episodi di malattia all’anno). Per la depressione bipolare, le evidenze supportano piuttosto l’uso di altre medicine come quetiapina o litio. La terapia farmacologica del disturbo bipolare è complessa e richiede una competenza specifica: applicare le stesse strategie usate per la depressione unipolare può rivelarsi non solo inefficace, ma dannoso.
Mito 8: “Il disturbo bipolare non influisce sulla salute fisica”
Quest’ultimo mito è forse il più pericoloso. Le persone con disturbo bipolare hanno un’aspettativa di vita ridotta di 10-20 anni rispetto alla popolazione generale. La causa principale di questo divario non è il suicidio, come si potrebbe pensare, ma le malattie cardiovascolari. La comorbidità medica è la regola piuttosto che l’eccezione: obesità, diabete di tipo 2, sindrome metabolica e malattie cardiovascolari sono significativamente più frequenti nelle persone con disturbo bipolare. Questi dati sottolineano l’importanza di un approccio terapeutico che non si limiti alla gestione dei sintomi psichiatrici, ma che includa anche il monitoraggio e la prevenzione delle comorbidità mediche, il coinvolgimento dei caregiver e l’integrazione di trattamenti psicosociali.
Conclusione
I miti che circondano il disturbo bipolare - dalla rarità alla presunta natura esclusivamente “temperamentale/di carattere”, dalla pericolosità del litio all’irrilevanza delle conseguenze fisiche - non sono solo inesattezze: possono contribuire allo stigma, al ritardo diagnostico e alla scelta di trattamenti inadeguati. Conoscere la realtà scientifica è il primo passo per combattere questi pregiudizi e garantire alle persone con disturbo bipolare (e alle persone che le amano) le cure e il rispetto che meritano.
Altre letture
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